Anteprima - La Melodia Sibilante

 

Capitolo 1

 

Una scuola originale

 

Quella sarebbe stata una mattina decisamente speciale, pensò Giulia, mentre si vestiva frettolosamente per andare a scuola. Infilò i vecchi jeans consumati e la felpa verde, quella con la tigre, la sua preferita. Nell’aria aleggiava l’odore del caffè. Giulia inspirò profondamente, anche se non lo beveva, le piaceva assaporarne l’aroma, sapeva di casa e di colazione.

Si sentiva agitata e aveva lo stomaco chiuso in una leggera morsa, per l’ansia non era riuscita a mangiare granché.

Era la giornata dell’orientamento scolastico. La aspettava da un po’. Sarebbero venuti molti professori e presidi delle scuole superiori. Si infilò le scarpe da ginnastica imbottite di pelliccia. Avrebbero illustrato le proposte che offrivano i vari istituti a tutti i ragazzi delle classi terze. Già, perché mancava meno di un mese alla scadenza per la domanda di iscrizione.

Quel momento la spaventava, sarebbe stata la sua prima scelta vera e propria. Si sentiva come se fosse arrivata alla stazione per scegliere la meta del suo viaggio e decidere su quale treno salire. Sapeva che vi avrebbe passato sopra un bel po’ di tempo e forse la scelta del treno, in quel momento, sembrava quasi più importante della destinazione finale. Una decisione che avrebbe sicuramente condizionato i prossimi anni della sua vita.

Giulia era ancora piuttosto confusa, al contrario, molti dei suoi compagni, avevano già deciso da tempo. Qualcuno voleva diventare biologo marino, insegnante di educazione fisica, veterinario, grande cuoco, ma lei non lo sapeva. Si era sempre sentita turbata pensando al suo futuro, non aveva la più pallida idea di cosa avrebbe voluto fare, non c’era un mestiere o un particolare ramo di studi che l’appassionasse. Se cercava di immaginarsi da adulta, proprio non ci riusciva, forse perché non le piaceva il mondo che vedeva innanzi a sé e non voleva calarsi in un’esistenza grigia e normale come quelle degli adulti che conosceva.

La professoressa di matematica aveva insistito con sua mamma affinché si iscrivesse al liceo scientifico, era brillante e intuitiva, diceva, ma Giulia era contraria. Nonostante le piacesse molto la materia, frequentare un liceo significava comunque continuare con l’università… Considerato che per lei ogni anno sembrava durare un secolo, come faceva a prevedere un futuro così lontano? Cosa le sarebbe passato per la testa da lì a cinque anni? Poteva immaginare se avrebbe avuto ancora tanta voglia di studiare?

Si fermò per un secondo davanti allo specchio dell’ingresso. Si calzò il cappello di lana fin sulle sopracciglia. Fuori faceva freddo e a lei poco importava di apparire buffa così infagottata. Giulia non pensava proprio di essere una bella ragazza. Nessuno glielo aveva mai detto, a parte sua mamma ovviamente, ma le mamme non contano… no? Aveva gli occhi verdi, una pelle chiara e lisci capelli castani. Li portava davanti corti e spettinati, mentre dietro erano un po’ più lunghi. Una sorta di compromesso tra la sua natura ribelle e i desideri materni decisamente più classici e femminili… Era alta e magra, ma no, non era bella. Molto spesso la scambiavano per un ragazzo… Già, perché niente trucco né vestiti graziosi, per non parlare delle scarpe rigorosamente da ginnastica e sempre un numero in più… Così non sarebbe stata costretta a subire tanto presto una nuova giornata di shopping che lei odiava...

‹‹Ciao mamma, vado!›› uscì di corsa e si precipitò giù per le scale, “senza nemmeno un bacio”, si sarebbe lamentata sua mamma, se ne avesse avuto il tempo… A Giulia non piacevano proprio le smancerie.

Dunque, sicuramente niente liceo, avrebbe voluto fare una scuola che le insegnasse qualcosa di pratico, ma i suoi avevano detto “Non una scuola professionale! Sei una ragazza intelligente, non puoi sprecare questo dono!”…

Uffa! Era troppo presto per scegliere il suo futuro.

‹‹Ciao Giulia›› era la sua vicina di casa ‹‹mi aspetti?››

‹‹Ciao Lara,›› si fermò per un momento titubante ‹‹sì, ma sbrighiamoci che è tardi!›› in verità non era affatto tardi, ma, se non arrivava almeno dieci minuti prima, le sembrava di essere in ritardo.

‹‹Devo aspettare Roberta›› un’altra loro vicina.

‹‹Allora io intanto vado, ci vediamo là,›› poi aggiunse ‹‹oggi c’è l’orientamento, te lo ricordi?››

‹‹Sì, sì, ok a dopo›› non tutti aspettavano con ansia quel momento…

Giulia uscì dal portone a passo svelto. Non le dava fastidio andare da sola, anche se sua madre le raccomandava sempre di rimanere in compagnia. Già da bambina, non era mai stata particolarmente espansiva, ma ultimamente si era rinchiusa ancora di più in se stessa. Preferiva di gran lunga starsene in pace con i suoi pensieri, piuttosto che dover ascoltare le sciocchezze delle altre ragazze. Non si sentiva a suo agio, come se fosse diversa, fuori posto, a volte persino invisibile. Non sapeva mai cosa dire, forse perché le sembravano discorsi vuoti e noiosi. Sempre a parlare di vestiti, di scarpe e di ragazzi…

...Ah, i ragazzi... Che complicazione… Le sue compagne non facevano altro che far caso ai ragazzi, a cosa dicevano, come le guardavano, ma per Giulia era diverso. Aveva sempre avuto amici maschi, almeno fino a poco tempo fa, adesso erano strani anche loro. Alcuni non riuscivano nemmeno più a guardarla dritto negli occhi! Perché? Forse si era trasformata in una specie di mostro? Altri la trattavano con superiorità, come se improvvisamente fosse diventata una sciocca damigella in pericolo che ha bisogno di un bel cavaliere, per fare qualsiasi cosa… Ma Giulia non aveva bisogno di essere salvata, non aveva bisogno di nessuno, se la cavava benissimo da sola! Meglio allora, quelli che la guardavano con timore e le stavano alla larga…

“Maschi!” Non riusciva proprio a capirli…

Alzò le spalle. Concentriamoci sulla scuola, pensò, niente liceo, niente scuole professionali, non restavano che gli istituti tecnici: contabilità, informatica…

In realtà c’era anche la musica…

Giulia adorava suonare. Non ne aveva mai approfondito lo studio, solo un po’ a scuola: flauto, chitarra, a casa aveva anche una tastiera. Si divertiva a suonare e cantare. In quei momenti si sentiva libera di esprimere se stessa. Era come una magia… Quando strimpellava si calmava, riusciva a non pensare a niente, i problemi sparivano, non si sentiva più tanto sola, aveva l’impressione di far parte di qualcosa di più grande, percepiva che c’era un mondo al di là di un velo sottile, un posto molto più bello…

“Non si campa con la musica” le risuonavano in mente le parole di suo padre. Vero, ma lei non pensava di farne un lavoro. Era una ragazza pratica, ma le dispiaceva non studiarla più, nessuna scuola superiore prevedeva la musica come materia di studio, in fondo a cosa serviva la musica?

Beh, non sapeva spiegarlo razionalmente, ma… A lei serviva…

Sì, perché nonostante apparisse seria e responsabile, c’era un’altra parte di lei che teneva ben nascosta. In cuor suo, amava sognare ad occhi aperti, leggere storie fantastiche di avventura e magia, immaginare di essere una grande eroina che, in sella ad un cavallo dal mantello nero lucente, si lanciava a combattere mostri e malvagi, senza paura… A volte rimaneva lì, con lo sguardo perso nel vuoto per pomeriggi interi ad inventare storie e personaggi. Aveva l’impressione di vedere altri luoghi magici e irreali, di avere fantastici amici, affascinanti che pensavano che lei fosse importante, speciale, non invisibile… E la musica faceva parte di quel suo mondo segreto.

Comunque, la professoressa di musica le aveva detto di portare il suo flauto e, strizzandole l’occhio, le aveva sussurrato misteriosa: “Ci sarà una sorpresa…”

 

Più tardi, quella mattina, gli studenti delle classi terze vennero riuniti nell’auditorium. Ci fu un breve intervento del loro preside, su quanto fosse importante la scelta che stavano per compiere e su come avrebbe condizionato per sempre il loro futuro…

Già, tanto per tranquillizzarli! Pensò Giulia.

I professori si susseguirono uno dietro all’altro, dicendo esattamente le stesse cose che erano scritte nei depliant di presentazione. Per ultima, si presentò la preside di una scuola, di cui non aveva mai sentito parlare: Armonia, “Istituto Agrario Alternativo ad indirizzo Musicale”.

Giulia ne rimase incantata, non sapeva perché, ma ebbe la sensazione di conoscerla, o forse, le sembrava uno dei personaggi delle sue storie immaginarie… Era una signora molto elegante, anche se vestiva semplicemente, sembrava una regina. Molto austera, indossava una gonna verde scuro e una camicetta in tinta. Portava i capelli bianchi tagliati corti e pettinati all’indietro. Dietro ai piccoli occhialini rettangolari, brillavano grandi e vivaci i suoi occhi azzurri.

La preside Gloria Orchestri presentò la sua scuola: una serie di corsi sulla botanica, floricoltura, agraria e allevamento di animali domestici. Preparavano i ragazzi, dando loro insegnamenti pratici su come gestire una fattoria o un agriturismo, con l’utilizzo di energie alternative. Sottolineò con enfasi che i ragazzi avrebbero comunque ricevuto un’istruzione classica, scientifica e persino artistica, includendo nelle materie anche la musica.

Giulia trattenne per un attimo il respiro, aveva capito bene? Il cuore le accelerò, lo sentì tamburellare nelle orecchie… Sembrava proprio la sua scuola ideale! Doveva assolutamente andare in quella scuola.

Alla fine delle presentazioni, il preside invitò gli studenti che avessero voluto maggiori informazioni ad avvicinarsi per parlare privatamente con i professori e ad ognuno venne riservata una stanza.

Si precipitò dalla preside Orchestri senza preoccuparsi se qualcuno dei suoi compagni andasse assieme a lei. Si mise in fila, non erano poi molti i ragazzi interessati, giusto cinque o sei. Bene, toccava a lei.

‹‹Buongiorno, mi chiamo Giulia Accordi…›› disse timidamente.

‹‹Accordi?›› la preside alzò gli occhi e la osservò in modo strano, sembrava quasi commossa.

‹‹Sì, esatto›› Giulia la guardò confusa alzando un sopracciglio.

Rimasero a fissarsi per un attimo, ma Giulia ebbe l’impressione che il tempo si fosse fermato, quella signora, così elegante e maestosa le trasmise una serie di sensazioni che non riusciva a spiegare razionalmente, qualcosa di piacevole e dolce che aveva a che fare con i suoi ricordi, ma era tutto molto confuso…

La preside le sorrise amorevolmente sospirando, le prese la mano e la fece accomodare accanto a lei ‹‹È molto tempo che non sento quel nome,›› cercò di ricomporsi ‹‹forse non lo sai, ma io conoscevo molto bene tuo nonno…››

‹‹Mio nonno?›› Giulia adesso, oltre ad essere confusa, si sentì anche un po’ turbata. Suo nonno era morto molti anni prima, quando lei aveva solo tre anni. Non aveva molti ricordi di lui e nessuno in famiglia ne parlava spesso… Non le era neppure mai stato chiaro come fosse morto… Ogni volta che cercava di pensare a lui o di chiedere qualcosa ai suoi genitori… Qualcosa la distoglieva, come se si trovasse immersa in un banco di nebbia e poi… Veniva distratta e non ci pensava più, era così strano…

La preside si accorse del suo turbamento e cercò di alleggerire l’atmosfera ‹‹Allora cara, sei interessata alla nostra scuola? Hai portato il tuo flauto?››

Giulia annuì e le mostrò il suo bel flauto di legno, glielo aveva regalato... Proprio sua nonna… Era di suo nonno, le aveva detto! ‹‹Beh, io non ho mai studiato musica proprio seriamente…››

‹‹Non preoccuparti, la musica non deve essere mica seria,›› le sorrise accattivante ‹‹ma divertente, fammi sentire qualcosa›› la invitò dolcemente.

‹‹Ok›› Giulia prese fiato e suonò una canzoncina che sapeva a memoria… Come sempre quando suonava si sentì pervadere da una sensazione piacevole che l’avvolgeva e la faceva sentire al suo posto.

La preside sorrise compiaciuta, come se quello che aveva sentito confermasse in qualche modo ciò che già sapeva. Stupendo la ragazza, anche la preside tirò fuori dalla sua borsa un flauto di legno scuro con delle incisioni... Sembravano animali e fiori.

‹‹Bellissimo!›› esclamò Giulia.

‹‹Ora ascolta e prova a ripetere quello che suono io›› la preside Orchestri eseguì prima la scala, poi due volte un arpeggio ed infine altre note. Non le era mai capitato quando sentiva suonare le altre persone, ma la musica della preside Orchestri le provocò bizzarre sensazioni, uno strano formicolio le solleticò la fronte, ma non la pelle, come se qualcosa di strano stesse succedendo dentro la sua testa…

Giulia cercò di concentrarsi e memorizzò. Appena la preside ebbe terminato, ripeté alla perfezione.

‹‹Bene, buon orecchio e buona memoria.›› disse quasi tra sé ‹‹Allora, qua c’è il volantino della nostra scuola, dobbiamo assolutamente averti tra i nostri allievi›› le sorrise raggiante.

‹‹Ma…›› Giulia era di nuovo confusa.

Prese il volantino e lo aprì, le cadde l’occhio su di una foto: camerate…

‹‹Ma si resta anche a dormire?›› quello la turbò un pochino, non amava molto dormire fuori casa e poi i suoi, non sarebbero stati molto felici se fosse andata via, erano molto protettivi… ‹‹Ecco non saprei… Temo che i miei genitori…›› immediatamente pensò alla spesa che avrebbero dovuto sostenere ‹‹Quanto costa le retta?›› suo padre era un operaio… Questo pensiero smorzò il suo entusiasmo.

‹‹Oh cara,›› sorrise la preside ‹‹non preoccuparti di questo, i costi sono ammortizzati dal lavoro che gli studenti svolgono nel loro tirocinio. Comunque se vuoi, posso parlare io con i tuoi genitori…››

Giulia si rasserenò, la preside le ispirava un’assoluta fiducia. Si fermò ancora un poco con lei e si accordarono su come affrontare la situazione, lei non aveva più dubbi: in un modo o nell’altro sarebbe andata in quella scuola!

 

Passate un paio di settimane, come promesso, la preside si era messa in contatto con la sua famiglia. Incredibilmente, non aveva avuto alcuna difficoltà a convincere i suoi genitori. Complice era stata anche la nonna Gemma. Scoprì che anche lei conosceva Gloria Orchestri.

Così, due mesi dopo, in primavera, eccola in macchina con i suoi, diretta alla “Giornata di scuola aperta” per una visita ad Armonia, ”Istituto Agrario Alternativo ad indirizzo Musicale”, presso la Fattoria Muse.

Guardava fuori dal finestrino e pensava. Erano successe cose molto strane, prima fra tutte la sua determinazione ad iscriversi ad Armonia. Senza nessun’altra sua compagna o amica! In realtà non era da lei buttarsi a quel modo, ma le era scattata dentro una forte convinzione che non lasciava posto a nessun dubbio. Come se ad un tratto, un pezzo mancante di un puzzle fosse andato al suo posto, permettendole di capire il senso del disegno che si stava formando, per indicarle la sua strada.

In secondo luogo, una settimana dopo la scadenza delle iscrizioni, era arrivato a scuola un nuovo ragazzo: Luca Conversi. Un avvenimento molto insolito. Loro abitavano in un paesino di provincia e capitava raramente che arrivassero nuovi studenti, soprattutto ad anno scolastico già in corso. Era stato inserito in un’altra classe, ma anche lui era iscritto ad Armonia. Probabilmente quel giorno si sarebbero incontrati.

Anche la nonna Gemma aveva stupito Giulia con molte rivelazioni. Non solo conosceva la preside, ma aveva frequentato anche lei Armonia. Proprio lì aveva incontrato e conosciuto suo nonno: Rodolfo Accordi, divenuto poi niente meno che un professore di quella scuola!!

 

La giornata cominciò con la visita guidata alla fattoria biologica ed eco-sostenibile, per mostrare come il lavoro degli studenti contribuisse all’andamento delle attività. La fattoria non era molto diversa da alcune strutture che aveva visitato in passato, nulla di speciale, certo non sembrava affatto una scuola. Poi i genitori vennero invitati nel salone centrale, dietro alle cucine, per una riunione sulle questioni burocratiche e si salutarono. Sarebbero tornati alla sera a riprendere i ragazzi.

La preside Gloria Orchestri li avrebbe portati a visitare il resto della struttura, la scuola “vera e propria”, aveva detto e sarebbero rimasti lì tutto il pomeriggio. Li radunò in una sala arancione, erano circa una ventina.

Giulia si guardò attorno. Non era solita guardare i ragazzi, o meglio, cercava di non farlo o comunque di non darlo a vedere, anche perché in generale nessuno restituiva il suo sguardo con interesse o con l’espressione che avrebbe voluto vedere lei, quindi cercava di evitare inutili delusioni… Vide un ragazzo, però, che attirò inevitabilmente la sua attenzione. Aveva i capelli neri corti, non era tanto alto, ma piuttosto robusto e la sua pelle era olivastra. Aveva occhi scuri, con un taglio leggermente orientale, ciglia folte e sopracciglia marcate. Il suo viso mostrava ancora qualche traccia delle rotondità tipiche dell’infanzia. La stava guardando anche lui. Quegli occhi… Avevano un’aria familiare, si conoscevano? Le fece un mezzo sorriso che gli diede subito un’espressione accattivante e amichevole, forse un po’ impertinente, ma la colpì. Si sentì piacevolmente confusa e un senso di calore le si insinuò nel cuore, non poté fare a meno di sorridergli a sua volta.

Accanto a lui c’era una ragazzina. Era piuttosto bassa e un po’ grassottella, aveva spessi occhiali e capelli a caschetto di colore castano scuro. L’aveva già notata prima di entrare, mentre parlava insieme a sua mamma con la preside Orchestri.

Sembrava che si conoscessero molto bene e, le era parso, che stessero parlando proprio di lei. Si avvicinò, voleva conoscerli.

‹‹Ciao, anche tu sei della “Leopardi”?›› una voce alle sue spalle la fermò.

Giulia si voltò e vide proprio quel Luca Conversi a cui stava pensando prima in macchina. Era un bel ragazzo, un po’ più alto di lei, capelli biondi spettinati, occhi chiari, grigi?

Tutte le ragazze a scuola erano già innamorate di lui, ma non Giulia, per natura era piuttosto diffidente. Aveva notato anche lei che era molto carino, ma le dava l’impressione di essere arrogante, non le ispirava nessuna fiducia e non gli avrebbe concesso troppa confidenza…

‹‹Ciao, sì mi chiamo Giulia e tu sei Luca, giusto?›› gli sorrise educatamente, ma sostenuta.

‹‹Sì giusto, allora sono famoso?›› sorrise impertinente.

‹‹Beh, sai? Sei quello nuovo!›› rispose per le rime, sì, decisamente arrogante.

Il gruppo si mosse e si fermò alla fine di un corridoio davanti ad una porta verde.

‹‹Attenzione studenti, questa sarà la porta che varcherete la prossima volta che ci incontreremo, quando inizierete qui il vostro anno scolastico. È severamente vietato l’ingresso a coloro che non siano studenti o professori.››

Giulia si chiese il perché di quella regola così rigida.

‹‹Vi ricordo inoltre›› continuò la preside ‹‹di non portare telefonini o macchine fotografiche, perché interferiscono con la delicata rete elettrica ad energia solare che alimenta la scuola.››

Ci fu un mormorio generale. E qualcuno tornò indietro di corsa a posare gli oggetti in questione.

‹‹Attenzione, adesso attraverseremo la porta uno per volta. Dall’altra parte del corridoio, fermatevi ed aspettatemi. Non dovete assolutamente allontanarvi dal gruppo. Riceverete un assaggio di come saranno le vostre giornate future.››

‹‹Prima le signore›› Luca la fece passare avanti, sembrava nervoso.

Giulia fece una smorfia ‹‹Grazie, ma non sono una signora né vorrei esserlo›› rispose un po’ scocciata.

«E dai» le diede una leggera spallata «non fare la sostenuta, saremo nella stessa classe…» le sorrise cercando di abbagliarla «Non possiamo essere amici?»

Giulia sospirò, non le piaceva essere messa in difficoltà e quel Luca non le sembrava il tipo su cui poter fare affidamento.

La preside, prima di farli passare, suonava una breve melodia con il suo flauto, inspiegabilmente Giulia ebbe l’impressione che li stesse controllando, che cosa insolita…

‹‹Aspetta!›› Luca la fermò ‹‹Puoi tenermi lo zaino? Ho dimenticato la giacca fuori su una panchina…›› disse con un’espressione implorante.

‹‹Va bene, ti aspetto di là›› cedette Giulia.

Toccava a lei, non si vedeva nulla dall’altra parte della porta, era tutto buio. Giulia sentiva una strana melodia, la preside Orchestri smise di suonare quando passò e le sorrise.

‹‹Sono molto felice di avere tra i nostri studenti la nipote di un vecchio amico›› il suo sguardo tornò a risvegliare in lei quei ricordi e quelle sensazioni, proprio com’era successo quando l’aveva vista per la prima volta.

Giulia ricambiò il sorriso di nuovo un po’ turbata. Fece un passo ed ebbe l’impressione di cadere. Come se non avesse visto un gradino e avesse appoggiato il piede più in basso di quanto si aspettasse.

Poi vide, nella penombra, il resto del gruppo, erano radunati più avanti e proseguì nel corridoio. Voleva raggiungere il ragazzo dagli occhi neri… e la ragazzina con gli occhiali, ovviamente. Se sua mamma conosceva la preside, sicuramente sapeva già tante cose, si giustificò.

‹‹Molto bene, adesso seguitemi›› la preside li superò e fece strada nel corridoio.

‹‹Alla vostra destra c’è la biblioteca.››

La biblioteca! Giulia sbirciò passando quell’infinità di libri, scaffali su scaffali! Avrebbe voluto entrare a dare un’occhiata. Era in stile decisamente più classico ed elegante rispetto al resto della fattoria che avevano visitato… E ora che ci pensava, l’edificio non le era sembrato così grande dall’esterno… Comunque la biblioteca era proprio invitante, non vedeva l’ora di poterci passare del tempo.

Svoltarono a sinistra e proseguirono.

‹‹A destra ci sono gli alloggi degli insegnanti e a sinistra la Sala Cure, adesso usciremo all’esterno.››

Quando uscirono Giulia provò un’intensa sensazione di déjà-vu. Era già stata lì. Possibile? La luce fuori era strana. Guardò il cielo, aveva un colore rossastro, forse era scesa della foschia… Nell’aria c’era un intenso profumo dolce di rose, doveva esserci un roseto lì vicino… Lei adorava il profumo delle rose… Le girava leggermente la testa…

Si trovarono di fronte ad un grande edificio ‹‹Qua c’è la grande Sala Comune, dove si mangia e ci si riunisce, mentre al piano di sopra ci sono le camerate›› spiegava intanto la preside.

Svoltarono ancora a sinistra e si ritrovarono in un grande spazio aperto. Un fitto bosco, a sinistra, delimitava un vasto prato, dal lato opposto si affacciavano le stalle ed altri edifici in lontananza. L’erba era di un verde intenso e brillante.

Che bel posto, pensò Giulia, le veniva voglia di fare una corsa su quell’immenso prato. Era confusa, continuava a percepire strane sensazioni che non riusciva a capire chiaramente, avrebbe voluto fermarsi per analizzarle, ma la preside stava proseguendo.

Vennero condotti verso gli orti e la serra. La scuola sembrava deserta.

‹‹Ma dove sono gli studenti?›› chiese una ragazza.

‹‹Sono in trasferta, oggi c’è un’importante partita di Tornado, uno sport simile all’hockey. La nostra scuola è arrivata di nuovo in finale, quindi sono andati tutti a fare il tifo›› disse orgogliosa la preside.

‹‹Eccomi›› Luca era riapparso al suo fianco, aveva il fiatone.

‹‹Tieni, ma cosa c’è lì dentro? Ti sei portato dietro mezza casa? Pesa un quintale!›› gli restituì lo zaino.

‹‹Ehm…›› Luca sembrava imbarazzato ‹‹No niente, mi spiace…›› poi le chiese studiandola, «tutto a posto?»

Giulia lo guardò un po’ stupita «Sì» rispose, poi alzando le spalle e proseguì seguendo gli altri.

Oltre la serra, improvvisamente, si aprì sulla sinistra un panorama mozzafiato: un meraviglioso ed immenso lago verde scuro incorniciato da colline boscose che scendevano dolcemente…

Ma com’era possibile? Prima non aveva visto nessun lago! Si sentì attratta da quelle acque magneticamente, avrebbe voluto sfiorarne la superficie, ma…

‹‹Mi raccomando,›› disse la preside ‹‹non avvicinatevi all’acqua!››

‹‹Perché?›› scherzò qualcuno ‹‹C’è il mostro di Loch Ness?›› seguì una risata generale.

‹‹Ora seguitemi dentro la serra›› tagliò corto.

Giulia a malincuore accelerò per non rimanere indietro. Sua nonna le aveva parlato con molto entusiasmo dei fiori che si coltivavano ad Armonia. Mentre seguiva la fila incantata dai bellissimi narcisi rosa, perse nuovamente di vista Luca, dov’era finito? Intravide più avanti la ragazza con gli occhiali e il ragazzo. La guardava di nuovo. Il suo cuore accelerò e cercò di allungare il passo. Non fece molta attenzione ai fiori intenta com’era a cercare di raggiungerli.

Quando uscirono il cielo si era fatto violetto e stava venendo buio ‹‹Adesso andremo a fare uno spuntino nella Sala Comune e poi vi riporterò indietro, tra un’ora arriveranno i vostri genitori.››

La Sala Comune era grande ed accogliente, aveva tende e tovaglie color arancio, molti tavoli da sei, otto posti... Le finestre erano piccole e rettangolari. Tutto l’arredamento era in stile rustico, molto accogliente e avvolto in un aroma di pino e pane caldo.

Mentre si sedevano cercò ancora di individuare il ragazzo con gli occhi neri, quando ecco riapparire Luca.

‹‹Dov’eri finito?›› non le dispiaceva che si fosse aggregato a lei, tutto sommato la faceva sentire un po’ meno sola…

‹‹Sono rimasto indietro...›› si giustificò.

Purtroppo il tavolo dove si era seduto il ragazzo con gli occhi neri era già tutto occupato, così si sedette ad un altro, assieme a Luca. Furono offerti pane e marmellata, ovviamente genuini ed artigianali, un fantastico cesto di mele e pesche dei loro alberi. Chiacchierarono del più e del meno, Giulia non gli prestò molta attenzione, si sentiva addosso quegli occhi neri… Non voleva voltarsi ancora, ma aveva la certezza che la stesse guardando di nuovo.

Ripercorsero la strada verso l’edificio della biblioteca, fino alla porta verde. Varcandola Giulia provò ancora quello strano senso di vertigine e, una volta usciti dal salone della fattoria, vide che il cielo era molto più scuro rispetto a prima… Che strano.

‹‹Ciao›› una voce sottile la fece voltare. La ragazza con gli occhiali! Seguita a ruota dal ragazzo con gli occhi neri, le stavano sorridendo in modo molto amichevole.

‹‹Oh ciao›› finalmente, Giulia ricambiò il sorriso entusiasta.

La ragazza arrossì un po’ imbarazzata ‹‹Allora, tu sei…››

‹‹Sei rimasta contenta della visita alla scuola?›› si fece avanti il ragazzo, sembrava che l’avesse interrotta di proposito. La sua voce era calda e gentile.

Aveva di nuovo quel mezzo sorriso. I suoi occhi scuri la scrutavano curiosi, ma molto dolci.

‹‹Oh sì, certo›› Giulia fece un respiro profondo, si sentiva di nuovo piacevolmente confusa ‹‹Mi chiamo Giulia Accordi, piacere di conoscervi…›› intanto tese loro la mano.

‹‹Io sono Camilla Fedeli›› prese di nuovo la parola la ragazza ‹‹e lui è Pietro Leoni›› le strinsero la mano. Quella di Camilla era morbida e delicata, mentre quella di Pietro era calda e accogliente, le provocò un insolito piacere e conforto. Le sorrisero entrambi con affetto.

Provò subito una spontanea simpatia nei loro confronti. Giulia aveva una marea di cose da chiedere ‹‹Strana esperienza, vero? A voi non è sembrato che…››

‹‹Giulia! Vieni papà è in macchina che ci aspetta!›› era arrivata sua mamma, accidenti…

‹‹Oh no. Scusate, devo andare…›› salutò i suoi recentissimi amici ‹‹Beh, allora, ci vediamo a settembre›› li guardò ancora una volta.

Vide che anche loro erano dispiaciuti, soprattutto Pietro, la guardò andar via con un velo di delusione.

Accidenti, le sue domande avrebbero dovuto aspettare…

Capitolo 2

 

Un uovo per tutti

 

 

Finalmente il grande giorno era arrivato. Era il tredici di settembre e gli studenti del primo anno erano riuniti nella sala arancione della Fattoria Muse. Avevano salutato i genitori ed erano pronti per varcare la porta verde. Giulia aveva trascorso l’estate da sola, come al solito. A leggere, suonare, al limite a sfinirsi in piscina, ma sempre da sola. I suoi genitori erano contenti che andasse in una scuola dove finalmente sarebbe stata in mezzo ad altri ragazzi. Aveva fantasticato in lungo e in largo sulla scuola, su quello che avrebbe imparato e sui suoi nuovi compagni, Camilla e, soprattutto, Pietro…

Giulia li adocchiò subito e si mise in fila vicino a loro. L’accolsero molto calorosamente, soprattutto Pietro che quasi l’abbracciò. Giulia si irrigidì per un momento, non amava il contatto fisico, ma capì subito che il ragazzo era molto espansivo e che quello era il suo comportamento abituale. Lo guardò imbarazzata, ma lui sfoderò un mezzo sorriso un po’ impertinente che la mise facilmente a suo agio. I suoi occhi scuri erano buoni e dolci, così lei rispose sorridendo divertita e si rilassò. Lo osservò senza farsene accorgere. Era molto abbronzato, probabilmente era tornato dal mare da poco e doveva essere cresciuto durante l’estate, adesso la superava di almeno dieci centimetri.

Luca, invece, non sarebbe venuto. Era stato bocciato, anzi non era stato ammesso nemmeno all’esame. Giulia l’aveva incontrato poco prima dell’inizio della scuola, purtroppo dei problemi di salute gli avevano fatto perdere l’anno. Le aveva raccomandato di non disperarsi per la sua assenza, perché l’avrebbe raggiunta sicuramente l’anno successivo… “Arrogante!”

Erano tutti piuttosto agitati. Camilla non la smetteva più di parlare e ridere, mentre Pietro stava zitto, ma giocherellava con la bretella del suo zaino. Giulia aveva mille domande, ma in quel momento si sentiva la gola serrata per l’ansia. Una nuova vita stava per iniziare…

La preside Orchestri fece l’appello per controllare che ci fossero tutti. Quando pronunciò il suo nome, vide tante facce curiose che si voltarono a guardarla, mettendola a disagio, la conoscevano? Pietro e Camilla si strinsero impercettibilmente verso di lei, come se volessero proteggerla e Giulia gliene fu grata.

Si misero in fila e la preside li condusse al di là della porta verde. Giulia ricordava la strana sensazione che aveva provato la volta precedente e cercò di capire bene che cosa succedesse. Ancora quella specie di piccola caduta e il capogiro. Ebbe l’inspiegabile certezza che da quel momento, non sarebbe stata più la stessa…

Passarono vicino alla biblioteca e uscirono dall’edificio. Il cielo era rosa, di nuovo ebbe l’impressione che la luce fosse molto diversa. E quel profumo! Per tutta l’estate, ogni volta che aveva bevuto sciroppo di rosa, che lei adorava, il gusto e l’aroma l’avevano riportata con la mente a quella strana giornata passata alla scuola.

Li condussero verso un edificio a sinistra del grande prato, di fronte alle stalle. Il verde dell’erba era molto brillante, come se i colori fossero più vividi. Anche quella volta, sentì il desiderio di correre in quel bel prato, magari senza le scarpe… Adorava sentire l’erba sotto i piedi nudi.

Entrarono e si sedettero. Era una grande aula con sedie e tavoli. C’erano quattro finestre sul lato sinistro, mentre da quello opposto alla porta c’erano una cattedra e una lavagna.

La preside Orchestri cominciò a parlare.

‹‹Buongiorno a tutti e benvenuti ad Armonia›› il suo sorriso li avvolse come un abbraccio ‹‹“Istituto Agrario ad indirizzo Musicale”, meglio conosciuta come Scuola di Musicomagia…››

Cosa? Musico cosa? Giulia si guardò attorno confusa, doveva aver capito male.

La preside continuò ‹‹Forse per qualcuno di voi sarà una sorpresa, ma non preoccupatevi, presto vi verrà spiegata ogni cosa. Avrete il piano di studi e potrete chiarire tutti i vostri dubbi›› sorrise cordiale guardando, a Giulia parve, proprio nella sua direzione.

‹‹Come spiegare brevemente cosa facciamo qui? Impariamo a fare ogni cosa con la musica dei nostri flauti. Faremo lezioni di teoria e di storia della Musicomagia e lezioni pratiche di artigianato. Come costruire tutto ciò di cui abbiamo bisogno, come utensili, vestiti, vi insegneremo a coltivare fiori, ortaggi, alberi da frutto e ad allevare i nostri animusi. A tal proposito, lascio la parola al professor Filippo Gentile insegnante ed esperto di allevamento degli animusi.››

Musicomagia? Animusi? Giulia era frastornata.

‹‹Buongiorno ragazzi,›› era un uomo alto, atletico e robusto, capelli brizzolati leggermente ricci, occhi azzurri e pelle abbronzata. Cominciò a parlare con voce dolce e profonda.

‹‹Innanzi tutto vi prego, niente professore, ma solo Filippo,›› sorrise ‹‹in secondo luogo benvenuti a tutti anche da parte mia. Mi scuso se vi abbiamo portato direttamente qui, senza neanche farvi posare i bagagli, ma dovete sapere che alcune uova sono state deposte già stamattina presto e non possono restare a lungo incustodite, perciò dobbiamo affidarvi immediatamente il vostro uovo…››

Uovo? Accidenti, ma che storia era quella? Guardò Camilla. Sembrava perfettamente a suo agio, come se avessero appena detto che le avrebbero consegnato dei quaderni… Anche Pietro doveva saperne già qualcosa, perché era rilassato e le sorrideva entusiasta.

‹‹Adesso, lasciate pure qui le borse e seguitemi nella sala nascite delle stalle. Fate silenzio, mi raccomando…›› si avviò fuori dall’aula seguito da tutti i ragazzi.

Attraversarono il prato e si infilarono nelle stalle. Giulia avrebbe voluto chiedere spiegazioni a Camilla, ma si sentiva tanto confusa che le parole le morirono in gola. Si affrettò a seguire gli altri ragazzi.

La costruzione era bassa e di legno, si sentiva un forte odore di fieno appena tagliato.

‹‹A sinistra vedete le mamme delle vostre uova,›› il professore sorrise parlando a bassa voce ‹‹qui abbiamo la tenerissima Susi topogallo…››

Sembrava un grosso criceto, ma incredibilmente colorato di tutte le possibili sfumature di giallo e arancione e... Con le ali?

‹‹…E qua chi c’è? La bellissima Fifì gattufo, lei appartiene alla nostra preside.››

La gatta voltò il musetto nero verso il professor Filippo che avvicinò il proprio naso per farsi annusare, ma le zampe davanti avevano artigli da uccello! I suoi occhi erano molto più grandi del normale. Si alzò un attimo, per stiracchiarsi e allargò due grandi ali… Il professore le grattò la testa dietro alle orecchie.

‹‹Oh sì, le piacciono le coccole, sapete?›› sorrise, si vedeva che amava davvero tanto quegli strani animali.

Proseguirono. Sdraiata in un angolo c’era una piccola cagnetta bruna e particolarmente pelosa che guaiva dolorante.

‹‹Oh povera piccola, la mia dolce Ciarli canorso. Ha deposto le uova da poco ed è ancora decisamente provata›› era tozza e ricordava un chow chow.

Varcarono un’apertura sulla destra. Lì, su una distesa di paglia e fieno, c’erano probabilmente una ventina di uova grandi come pompelmi. Erano di vari colori, alcune nere, grigie e altre invece di tinte pastello…

‹‹Venite›› disse il professore.

Uno per uno i ragazzi scelsero un uovo. Il professore intanto dava loro una speciale borsa di lana grezza da mettere a tracolla, per sistemarvi il proprio uovo.

‹‹Inutile dirvi quanto siano delicate le uova, dovete tenerle sempre al caldo a contatto con il vostro corpo. Non temete, nel giro di un paio di giorni, si schiuderanno. Il periodo di cova dei nostri animusi si svolge principalmente all’interno del corpo della mamma, quindi molto presto ne uscirà il vostro prezioso amico. Quando vedrete che comincia ad incrinarsi il guscio, venite subito da me, mi trovate sempre qui alle stalle o dietro ai recinti degli altri animusi.››

‹‹Non so se tutti sapete che i nostri amici si nutrono esclusivamente di musica, è importante dunque che suoniate per loro con il vostro flauto, già adesso che sono ancora dentro l’uovo. Gli animusi da compagnia hanno bisogno solo di melodie in do maggiore, quindi facilmente eseguibili. Troverete brani già scritti in biblioteca, ma vi consiglio di inventare voi stessi una melodia che sia sempre la stessa. Vedrete che il vostro piccolo amico la riconoscerà. Scoprirete presto quali note preferisce così potrete regolarvi di conseguenza.››

Fu il turno di Camilla e Pietro, poi di Giulia che ne scelse uno azzurro e prese la borsa. Si ritrovò a seguire i due ragazzi fuori nel prato, sempre più frastornata.

Erano tutti raggianti ed entusiasti. Certo anche Giulia, ma…

In effetti, una parte di lei si sentiva felice e perfettamente a suo agio, ma l’altra si sentiva veramente confusa, come se fosse finita nel paese delle meraviglie. Dov’era il bianconiglio?

Guardò Camilla, tutta intenta a cullare il suo uovo.

‹‹Tu sapevi già tutto, vero?›› chiese con un filo di voce.

Camilla annuì.

‹‹Tu no?›› la guardò stupita ‹‹Ma tu sei…››

‹‹Sei contenta, però?›› la interruppe Pietro.

Non parlava molto, ma non era la prima volta che interrompeva Camilla, come se volesse impedirle di dire qualcosa…

“Sei la nipote del grande e famoso professore Rodolfo Accordi…” Ecco cosa stava per dire Camilla, ma peccato che nessuno avesse pensato di dirle nulla… Sospirò ferita, ma cercò di sorridere a Pietro, sembrava proprio che lui avesse capito il suo disagio…

‹‹Sì, ma mi sento veramente confusa›› disse piano.

Pietro le appoggiò una mano sulla spalla per consolarla e le fece una piccola carezza sulla guancia.

Giulia arrossì e abbassò gli occhi imbarazzata, anche se dovette ammettere a se stessa che quel piccolo gesto d’affetto le aveva fatto provare un piacevole calore al cuore.

‹‹Non ti preoccupare» disse il ragazzo dolcemente «anche io mi sento così. Camilla mi aveva raccontato ogni cosa, ma non riuscivo assolutamente a crederle e anche adesso…›› alzò entrambe le sopracciglia perplesso ‹‹non so se ci credo ancora›› fece una faccia buffa.

Giulia si mise a ridere e sentì la tensione sciogliersi un pochino. Si sedettero nel prato, era una bella giornata, il sole splendeva, ma l’aria era piuttosto fredda, il cielo era di un blu molto scuro.

Giulia tirò fuori il suo uovo e lo osservò interessata.

‹‹Si nutrono di musica? Non è pazzesco?›› prese il suo flauto dallo zainetto.

Pietro e Camilla la guardarono incuriositi.

‹‹Cosa gli suoniamo? Forse, per iniziare, la scala andrà bene?›› disse quasi tra sé.

Cominciò a suonare e subito anche Pietro la imitò. Suonarono insieme.

Poi Pietro le disse ‹‹Conosci questa?›› le fece ascoltare un pezzo, una popolare melodia per bambini.

Giulia annuì entusiasta, ‹‹La suoniamo a canone?››

‹‹Dai!›› rispose Pietro.

Cominciarono ad attirare l’attenzione degli altri ragazzi, suonando quella semplice canzoncina. Eseguivano la stessa melodia, ma sfalsata. Prima era partita Giulia e poi Pietro con un effetto di eco, dove la risposta si legava armonicamente con la frase musicale successiva. Si aggiunse anche Camilla con una terza voce.

Arrivò il professore ‹‹Ma bravi!›› si accucciò vicino a loro ‹‹Guardate le vostre uova›› mentre suonavano, le uova emanavano una leggera luminescenza.

Terminarono la canzoncina e rimasero a guardarle stupefatti.

‹‹Che meraviglia…›› sussurrò Giulia.

‹‹Bravi ragazzi,›› il professor Filippo si congratulò ancora ‹‹mi avete commosso, sapete?›› si asciugò gli occhi con la manica.

Appoggiò le mani una sulla spalla di Pietro e l’altra su quella di Giulia. Li guardò, scrutandoli negli occhi, con aria molto soddisfatta.

Lo sguardo benevolo del professore ispirò a Giulia una grande fiducia.

‹‹Penso proprio che andremo d’accordo, noi›› aggiunse Filippo come se avesse letto i suoi pensieri.

 

Dopo aver preso ognuno il proprio uovo, passarono a recuperare i loro bagagli e vennero accompagnati alle camerate. Salirono delle scale esterne dietro la Sala Comune e si trovarono in un lungo corridoio, le femmine a sinistra e i maschi a destra, lì si separarono da Pietro. A Giulia e Camilla fu assegnata l’ultima stanza in fondo.

Era una graziosa cameretta a due letti, due scrivanie che fungevano anche da comodini ed un unico armadio. In un angolo, c’era anche un catino, con una brocca per lavarsi, proprio come quelli che si vedevano nei vecchi film o nei musei. I bagni erano in comune ed erano al piano di sotto. Dalla finestra, che dava su un unico grande terrazzo, si vedeva uno scorcio del grande lago, mentre sulla destra, la collina boscosa, declinava dolcemente verso di esso. Erano proprio camerette accoglienti. Giulia pensò che non sarebbe stato difficile sentirsi presto a casa.

Durante il tragitto e mentre si sistemavano, Giulia non aveva smesso di sommergere Camilla di domande a proposito degli animusi. Era molto emozionata, non aveva mai avuto un animaletto tutto suo. Aveva scoperto che erano intelligenti e sensibili, capivano gli esseri umani senza nessuna difficoltà. Inoltre vivevano quanto il loro padrone, sarebbe stato con lei per sempre! Quella era una notizia bellissima, chi avrebbe potuto sognare di meglio? Terminata la scuola, venivano in qualche modo camuffati in animali comuni. La mamma di Camilla, per esempio, aveva a casa una bellissima gatta, ma quando ancora frequentava Armonia, era una gattufo… Poi le aveva accennato, ma su quello non ne sapeva molto, che esistevano altri animusi più grandi, da allevamento e altri da combattimento come l’aquilupo…

Aveva mille domande anche sulla Musicomagia, Camilla le spiegò che c’erano melodie per fare qualsiasi cosa e che il primo anno avrebbero imparato solo le cose più elementari.

‹‹Scusami›› Giulia si sedette sul letto e guardò Camilla ‹‹ti sto tormentando con le mie domande…›› era dispiaciuta, di solito lei era molto riflessiva e non parlava così tanto, ma in quel momento si sentiva come se il cuore volesse esploderle per l’entusiasmo.

‹‹Ma no›› Camilla si accomodò accanto a lei e le rispose con dolcezza ‹‹ti capisco perfettamente, poi a me piace rispondere alle tue domande, mi sento così importante…›› rise e arrossì.

Giulia le si avvicinò e le strinse il braccio con la mano, si sentiva fortunata ad aver trovato una persona così buona come Camilla e che sembrava capirla alla perfezione…

Indossarono le loro divise. Consistevano in una giacca di lana verde scuro con il cappuccio, ricamato dietro la schiena c’era il loro cognome, una maglietta bianca a maniche corte con il colletto e un paio di pantaloni grigi, tipo jeans, ma morbidi come una tuta o in alternativa una gonna pantalone a pieghe dello stesso colore. Giulia mise subito via la gonna nell’armadio. C’era anche una sorta di piccolo sacchetto per il flauto che mise a tracolla, come la borsa porta uovo.

Poi si prepararono a scendere per il pranzo, Camilla le disse che dopo mangiato avrebbero avuto il loro piano di studi. Giulia era molto ansiosa, ma prima di scendere pensò che fosse meglio suonare ancora un pochino per il suo uovo.

La Sala Comune era esattamente come la ricordava. Si avvicinò ad un tavolo accanto alla finestra dove l’aspettavano già Camilla e Pietro, le avevano lasciato un posto proprio in mezzo a loro. Si sedette e sorrise a Pietro. Vicino a lui c’era un altro ragazzo, si chiamava Marco, era il suo compagno di stanza. Aveva capelli scuri corti, occhiali, era mingherlino e sembrava timido. Anche loro indossavano la loro divisa. Pietro, con quella maglietta bianca, sembrava ancora più abbronzato.

Giulia notò che la sala era semi deserta.

‹‹Ma dove sono i ragazzi più grandi?›› chiese una ragazza con lunghi capelli neri e ricci, si chiamava Valeria, si era presentata alle stalle.

‹‹In verità, non li vedrete ancora per qualche giorno›› spiegò Filippo ‹‹vi abbiamo fatto arrivare un paio di giorni prima. In questo modo potete ambientarvi, imparare le prime basi della Musicomagia e le vostre uova avranno il tempo di schiudersi.››

La preside Orchestri prese la parola ‹‹Allora ragazzi, innanzitutto, vi presento i vostri professori›› indicò con una mano un tavolo sulla destra ‹‹il professor Filippo lo avete già conosciuto.››

Filippo sorrise e fece ciao con la mano a Giulia.

La preside continuò ‹‹il signor Giorgio Verza›› era un signore anziano con gli occhiali, non molto alto e dall’aria assai gentile ‹‹la professoressa Erminia Severini›› una spilungona asciutta con un’espressione severa e intransigente ‹‹e infine la professoressa Diana Guerri›› una bellissima donna con capelli corti rossi e vivaci occhi azzurri, a Giulia sembrò una donna forte, decisamente grintosa.

Giulia notò che i professori erano vestiti come i ragazzi, a differenza della loro maglietta che era di colore nero e la gonna pantalone della professoressa Severini era molto, molto lunga.

‹‹Prima di uscire, prendete uno dei fascicoli su quel tavolino rotondo vicino alla porta. Troverete il vostro piano di studi, con gli orari delle lezioni e una piantina della scuola per orientarvi. Se avete bisogno di noi, sappiate che siamo a vostra disposizione. Nell’edificio qui accanto, vicino alla biblioteca, trovate il mio ufficio, mentre al piano superiore ci sono gli alloggi degli insegnanti. Il professor Filippo e la professoressa Diana li trovate più facilmente alle stalle o ai recinti, mentre il nostro caro Giorgio è sempre negli orti o nella serra›› prima di sedersi a mangiare, concluse augurando a tutti buon appetito. Avvertì che le lezioni e gli orari sarebbero stati validi dal giorno successivo.

Mangiarono una specie di focaccia con sopra le verdure. Un bel pezzo di formaggio e una ricca macedonia. Tutti prodotti dell’orto, del signor Giorgio Verza che ricevette un bell’applauso.

Uscendo, presero il fascicolo e si sistemarono fuori nel prato, per analizzarlo insieme.

 

Dopo aver letto e riletto mille volte l’orario sdraiati sul prato, commentarono per dritto e per traverso le materie e i professori.

Pietro era felicissimo che non ci fosse nessuna lezione di matematica, ma era terrorizzato dal pattinaggio ‹‹Ho provato una volta a salire sui pattini e mi sono rotto un braccio›› aveva commentato con l’espressione di un condannato a morte, facendo ridere le ragazze.

Camilla era entusiasta del signor Giorgio. Le ricordava tanto un suo vicino di casa molto gentile e non vedeva l’ora di cominciare le lezioni di botanica.

Giulia era veramente affascinata dagli animusi, non pensava ad altro e ogni ora suonava qualcosa al suo uovo.

‹‹Se continui così, lo farai diventare talmente grasso che il tuo uovo esploderà›› aveva commentato Pietro.

Passarono il resto della giornata a visitare la vasta area della scuola, piantina alla mano. Prima di tutto le stalle, dove incontrarono Filippo. Giulia lo sommerse di domande, soprattutto a proposito degli animusi da allevamento e da combattimento. Filippo le assicurò che durante le lezioni avrebbe potuto soddisfare tutta la sua curiosità e, con gentilezza, si congedò. Aveva molto da fare. Fino all’arrivo degli studenti più grandi, doveva badare agli animusi da solo. Pietro e Giulia offrirono il loro aiuto, ma Filippo rifiutò sorridendo con dolcezza. Disse loro che, per il momento, non potevano essergli ancora molto utili, ma promise che, appena avrebbero avuto le capacità e le conoscenze adeguate, li avrebbe senz’altro nominati suoi aiutanti.

Arrivarono fino al campo sportivo. Era una specie di piccolo stadio circondato da una bassa rete di recinzione, al centro c’era il campo da Tornado, simile a quello da hockey su pista. Dietro ad una delle due piccole porte, invece, videro il campetto da Pallasuono che era proprio come quello da pallavolo. Tutt’intorno c’era la pista per le corse sui pattini. All’ingresso, prima degli spogliatoi, una piccola tettoia copriva grandi scaffali con pattini, ordinati per numero di scarpa.

Giulia volle assolutamente farsi un giro. Al contrario di Pietro, adorava pattinare, lo faceva da quando era molto piccola. Spesso, d’estate, girava per il paesino, con i pattini ai piedi. Camilla e Pietro la guardarono, mentre sfrecciava felice sulla pista. Quando pattinava le sembrava di volare, era una sensazione di fantastica libertà e la rendeva euforica. Vide che i suoi nuovi amici sorridevano, ammirati e divertiti dalle sue acrobazie.

Più tardi, accontentarono anche Camilla che desiderava tanto visitare la serra dei fiori, ma, mentre lei girava estasiata chiacchierando con il signor Giorgio, Giulia uscì.

Si ritrovò a camminare sul sentiero che conduceva allo splendido lago. L’aveva già colpita durante la sua prima visita. “Il Lago Sussurrante” c’era scritto sulla piantina. Era immenso, le sue acque verde scuro non lasciavano intravedere assolutamente nulla. Si perdeva in molte anse tra le colline boscose che lo circondavano. La cosa più impressionante era il silenzio che regnava attorno ad esso. Si sentiva attratta e nello stesso tempo impaurita da quelle acque.

‹‹Non avvicinatevi alla sponda›› si era raccomandato il signor Giorgio ‹‹il lago è pericoloso.››

All’inevitabile domanda dei ragazzi, sul perché fosse pericoloso, rispose evasivo che era soggetto ad improvvise maree e pericolosi gorghi. Eppure le acque sembravano così tranquille…

La giornata pareva proprio non finire più, ma finalmente arrivò l’ora di andare a dormire. Per cena mangiarono una crema di verdure, con deliziosi crostini e una frittata con le patate. Giulia era veramente stanca, ma prima di sdraiarsi, suonò una ninna nanna al suo adorato uovo. Mentre stava quasi per addormentarsi, sentì bussare alla finestra. Sorpresa si alzò appena e vide il volto di Pietro sorridente, spiaccicato sul vetro.

Scese dal letto, gli andò incontro e aprì l’imposta. L’aria era fredda e il cielo sembrava nuvoloso.

‹‹Ma che ci fai qua fuori? E come hai fatto ad arrivare, non ti sarai mica arrampicato?›› disse Giulia preoccupata, affacciandosi e cercando di guardare nel buio.

‹‹Volevo augurarvi buona notte›› le stampò un bacio sulla guancia.

Giulia cominciava ad abituarsi alle sue attenzioni così espansive.

‹‹Non lo sai? Tutte le stanze danno su questo terrazzo, basta scavalcare la finestra…››

Giulia scosse la testa divertita ‹‹Camilla dorme già.››

Pietro lanciò un bacio, anche alla compagna addormentata ‹‹Sarà meglio che andiamo a dormire anche noi!›› le strizzò l’occhio e sparì nel buio.

Giulia tornò a letto, ma nel momento in cui si sdraiò, sentì il suo uovo scricchiolare ‹‹Accidenti!›› esclamò preoccupata, cosa doveva fare?

Si precipitò fuori dalla finestra con il suo uovo e chiamò Pietro, procedendo nella direzione in cui l’aveva visto sparire.

Per fortuna il ragazzo non era ancora arrivato alla sua finestra ‹‹Che succede?››

‹‹Il mio uovo! Sta scricchiolando›› disse agitata.

‹‹Lo sapevo che sarebbe esploso›› scherzò, ma vedendo che Giulia era veramente in ansia, si fece subito serio.

‹‹Accidenti, starà per nascere?›› gli chiese, ma sapeva benissimo che Pietro ne sapeva quanto lei.

‹‹Andiamo da Filippo›› disse Pietro con voce ferma e tranquilla.

‹‹Adesso?›› era già buio e, da lì a dieci minuti, avrebbero spento le luci.

‹‹Sì, vieni. Da qui si arriva alla scala esterna, scendiamo e costeggiamo la Sala Comune, finché arriviamo alla biblioteca›› disse Pietro e, prendendola per mano, cominciò a camminare svelto.

‹‹Sarà già nel suo alloggio o sarà ancora alle stalle?›› Giulia per fortuna, ricordava bene la piantina della scuola, comunque si stava già tranquillizzando, la presenza di Pietro la aveva dato subito conforto.

‹‹Prima proviamo nella sua camera›› disse il ragazzo.

Un attimo dopo, erano già saliti al secondo piano dove c’erano gli alloggi degli insegnanti e stavano bussando alla porta, con scritto sulla targhetta “Professor Filippo Gentile”. La scritta “Professor” era stata cancellata.

‹‹Che succede?›› dalla porta accanto, sbucò fuori la professoressa Diana che li guardò severa ‹‹Che ci fate qui, a quest’ora?››

‹‹È per il mio uovo!›› si giustificò subito Giulia e glielo mostrò.

‹‹Filippo è ancora alle stalle,›› sembrò comprendere la situazione ‹‹vi accompagnerò da lui›› rientrò un momento nella sua stanza a prendersi la giacca, chiuse la porta alle sue spalle e fece loro strada.

Camminarono svelti, attraversarono il prato e si infilarono nelle stalle, lì per fortuna faceva più caldo. In quel momento Giulia si rese conto che, sia lei che Pietro, erano in pigiama…

‹‹L’uovo sta per schiudersi›› spiegò brevemente la professoressa a Filippo.

Il professore sorrise ‹‹…E siete venuti subito da me, come vi avevo detto. Ben fatto›› prese l’uovo tra le sue grandi mani e lo osservò attentamente.

‹‹C’è solo una piccola spaccatura, proprio qui›› fece loro segno ‹‹sicuramente ci vorrà ancora tempo, ma sarà meglio che lo lasciate qui, così potrò tenerlo d’occhio e domattina verrete a vedere se si è schiuso… Diana, puoi accompagnare i ragazzi in camera?››

‹‹No, no, per favore!›› sbottò Giulia, forse un po’ troppo forte.

I professori la guardarono allarmati.

‹‹Scusatemi tanto,›› abbassò il tono ‹‹ma non mi voglio perdere la nascita del mio animusi, per nessuna ragione al mondo.››

Filippo la guardò sorpreso.

Giulia restituì lo sguardo a Filippo, implorante ma irremovibile ‹‹Non mi separerò dal mio uovo.››

Filippo sorrise e sospirò ‹‹E va bene, puoi restare qui con me, avvolgiti in una di quelle coperte laggiù e siediti qua sul fieno.››

Filippo non aveva ancora finito di parlare che Pietro si era precipitato a prendere due coperte e si era già sistemato ‹‹Io resto con lei.››

I due professori si guardarono perplessi, ma divertiti.

‹‹Allora io vado›› disse la professoressa Diana ‹‹ma non crediate che tutto questo giustifichi una vostra assenza o ritardo per domattina›› li guardò severa ‹‹ci vediamo puntuali alle sette, sul prato, per la ginnastica mattutina.››

‹‹Certo professoressa e grazie›› risposero i ragazzi, quasi in coro, poi si guardarono e scoppiarono a ridere.

Giulia era felice ed emozionata, era contenta che Pietro avesse deciso di rimanere con lei, la sua presenza la tranquillizzava, come se si conoscessero da tanto tempo.

‹‹Ehm… Filippo›› chiese Giulia dopo un po’ ‹‹è tutto a posto, vero? Voglio dire, perché si sta già schiudendo il mio uovo, avevi detto un paio di giorni…››

‹‹Oh sì, non ti preoccupare piccola,›› Filippo le scompigliò i capelli ‹‹probabilmente hai suonato molto per lui… Anche io feci schiudere il mio uovo, durante la prima notte passata qua a scuola›› sorrise con lo sguardo perso nei ricordi.

Dopo un po’ guardò verso di lei ‹‹Anche io dormii proprio qui, accanto al mio uovo. Pensavo che non avrei mai rivissuto quel momento… In tutti questi anni, me n’ero quasi dimenticato, feci letteralmente impazzire il mio professore, per convincerlo a non mandarmi via›› rise al ricordo.

Poi si fece serio e la guardò negli occhi, con affetto. ‹‹Sai? Era proprio tuo nonno…››

Dopo quella rivelazione, calò il silenzio. Ogni volta che sentiva nominare suo nonno, Giulia provava un senso di vuoto e di frustrazione, lei non riusciva a ricordarlo e nessuno a casa gliene aveva mai parlato, perché? Sospirò e decise di suonare ancora un po’. Filippo le spiegò che le note basse facevano tranquillizzare e dormire l’animusi, mentre quelle acute gli davano forza. Il tempo passava e Giulia stava morendo di sonno, ma non riusciva a dormire, perché era agitata e aveva freddo.

Pietro, ad un certo punto, si alzò avvicinandosi a lei.

‹‹Vediamo se riusciamo a stare un po’ più caldi›› le disse piano.

Si sedette dietro di lei, stendendo le gambe a lato delle sue, quindi l’abbracciò avvolgendola anche con la sua coperta. Giulia trattenne il fiato sorpresa.

‹‹Facciamo a turno, prima dormi un po’ tu, se l’uovo scricchiola ti sveglio subito›› le promise con voce dolce.

Giulia annuì. Si era irrigidita. Quell’abbraccio le sembrava un po’ troppo intimo, era decisamente consapevole della sua presenza e del calore che emanava… Non era mai stata così vicina ad un ragazzo… Il suo cuore accelerò. Il disagio durò solo per un attimo, in realtà la vicinanza di Pietro le diede conforto la fece sentire al sicuro e poco dopo si tranquillizzò. Era molto strano, pensò, perché in generale, era piuttosto infastidita dal contatto fisico con le altre persone, soprattutto se le conosceva da poco tempo, ma con Pietro aveva notato subito una sorta di affinità a pelle… Pensando a quello si assopì.

 

‹‹Giulia svegliati›› Pietro la scrollò dolcemente ‹‹l’uovo›› le disse eccitato.

Giulia abbassò lo sguardo. Vide che la spaccatura si era diramata in tante piccole altre venature e l’animusi all’interno faceva scrollare l’uovo di qua e di là.

Giulia si guardò intorno ‹‹Dov’è Filippo?›› chiese allarmata.

‹‹Mi ha detto che tornava subito›› Pietro alzò le spalle.

All’improvviso, uno scrollone più vigoroso, fece saltar via un bel pezzo di guscio e Giulia vide spuntare un piumino di colore azzurrino. Doveva essere un topogallo! Una zampetta era uscita fuori, ma sembrava che avesse qualche problema a tirar fuori il musetto. Un altro colpo e da un buco nuovo uscì il nasino e il resto della testa, ma rimase intrappolato, l’animusi squittì e si agitò, sembrava in difficoltà. Giulia voleva aiutarlo, ma aveva paura di ferirlo, il guscio dell’uovo era molto spesso e pareva tagliente…

‹‹Sta male… Che facciamo?›› anche Pietro era preoccupato.

Improvvisamente, a Giulia venne un’idea. Prese il suo flauto e intonò una canzoncina con note molto acute. Filippo aveva detto che davano forza, giusto?

La melodia di Giulia fece effetto. Il piccolo batuffolo azzurro cominciò a rosicchiare l’uovo con i suoi dentoni, tutto intorno al buco dov’era incastrata la testa, poi, con due vigorosi calcioni, finalmente l’uovo si aprì definitivamente.

Giulia sospirò di sollievo e appoggiò le mani per terra vicino all’uovo rotto. Il piccolo topogallo alzò il musetto verso di lei, era tenerissimo! La annusò un momento e salì fiducioso acciambellandosi comodamente. Giulia tremava per l’emozione, aveva l’impressione di tenere tra le mani la cosa più preziosa del mondo. Sembrava un criceto o forse una marmotta, aveva un musetto da topolino con le orecchie piccole, ma era di quello strano colore azzurro. Le ali non si vedevano quasi, erano ripiegate dietro la schiena, al posto della coda, aveva lunghe penne come gli uccelli. Sospirò e si accorse che lacrime di gioia le stavano offuscando la vista. Avvicinò lentamente il topogallo al suo viso e l’animusi strisciò il musetto sulla sua guancia. Giulia pensò che fosse il momento più bello della sua vita.

Nel frattempo, arrivò Filippo e Pietro gli raccontò a raffica tutto per filo e per segno. Il professore abbracciò i due ragazzi, poi grattò la testa dell’animusi.

‹‹È in ottima forma e con te starà benissimo›› sorrise benevolo ‹‹adesso, però ci vuole un bel nome…››

‹‹È un maschio?›› chiese Giulia.

‹‹Sì, le femmine sono rosa o gialle, i maschi azzurri o verdi›› spiegò Filippo.

‹‹Allora Ciccio›› Giulia ci aveva già pensato, era il nome del suo primo pupazzetto fatto a topolino che aveva avuto da bambina ‹‹è bellissimo.››

Pietro rise ‹‹Certo, Ciccio è proprio azzeccato,›› anche lui lo accarezzò sopra la testa e strinse Giulia per le spalle ‹‹con tutto quello che gli suonerai, diventerà tanto grasso che non riuscirà mai a volare.››

Risero divertiti e soddisfatti.

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